A seguito dell’ingresso su vasta scala delle truppe russe in territorio ucraino (Febbraio 2022) ho avvertito netta la sensazione, confrontandomi con diverse persone, di avere a che fare con una diffusa indifferenza circa il sostegno alle ragioni dell’aggredito, quando non di aperto fastidio per la sua ostinazione a non voler morire come entità autodeterminata e non sottoposta a dominazione straniera.
Ciò mi lascia ancora oggi perplesso. E se per un attimo si eccettua che l’invasione viene compiuta da un regime autoritario e liberticida contro uno Stato che si proietta nell’alveo dei sistemi democratici e liberali, non posso far a meno di ricordare come da sempre, il punto di vista dell’aggredito è vissuto con simpatia e solidarietà. Non in questo caso evidentemente.
E fa specie come tale mollezza trovi quartiere presso una cultura che vede nell’epopea della Resistenza, nelle lotte di liberazione post-coloniali e nelle rivoluzioni per l’autodeterminazione, snodi fondamentali nel percorso di emancipazione universale di popoli e individui.
Come mai dunque questa apparente irrazionalità incontra il favore di molti più italiani di quanto ci si possa attendere? Questa forma di appeasement a favore di alcuni regimi totalitari ho trovato essere comune nella piccola-media borghesia: dipendenti della amministrazione pubblica, mondo dell’istruzione, ceto impiegatizio privato nonché liberi professionisti e tecnici specializzati. Un ambiente sociale questo, alfabetizzato e certamente istruito, inserito attivamente nelle dinamiche lavorative e non di rado con alle spalle studi, esperienze universitarie e occasioni d’integrazione nella società civile.
Dopo alcuni anni vissuti in Germania, registro come la reazione all’invasione russa ha lì invece riscontrato un appoggio trasversale per la causa. Parlando di schieramenti partitici (se si eccettuano gli estremi dell’arco parlamentare), dai cattolici della CDU ai Verdi ambientalisti, dai socialdemocratici dell’SPD passando per i Liberali, l’invio di armi al paese aggredito è apparsa da subito una opzione quantomeno naturale e scontata.
Come s’inquadra dunque, un tale apparentemente irragionevole fenomeno italiano? Com’è possibile che per giunta, questa forma di disimpegno morale trovi spazio in quella parte della società che tradizionalmente s’ispira alla lotta all’oppressore fascista ed il rifiuto degli imperialismi?
Ecco due macro-filoni che aiutano a districarsi in questo testacoda di significati. Avendo avuto la fortuna di accostarmi al dibattito nazionale provenendo dall’esterno, dopo un primo momento di personale sbandamento nel realizzare come, persone cresciute nell’alveo di un sistema sociale democratico, occidentale, aperto alla diversità, potessero di fatto sentirsi emotivamente più vicine a sistemi che sono la negazione stessa di tutti i valori da loro dati per già acquisiti (e le cui imperfezioni li trovano sempre solerti nel dissentire), sono giunto alla conclusione che tale inclinazione sia riconducibile a due filoni: le promesse mancate che conducono alla condizione economica attuale ed il filtro culturale di cui è schiava una parte della “generazione antifascista“.
E credo che nulla abbia a che vedere con le motivazioni reali del conflitto in sé. In pratica, tale apparente irrazionalità è il riflesso di un malessere che ha il suo serbatoio innanzitutto, nelle frustrazioni di lavoratori poveri e impoveriti. Parliamo di un humus sociale pervaso da disaffezione, fatalismo e cinismo. Humus questo, che oggi come in passato è stato vezzeggiato, alimentato e inquadrato con successo da forze politiche populiste. Maestro ne fu Herr Hitler durante le elezioni tedesche del 1933. Chi oggi si vede privato di servizi di qualità, prospettive in linea con le aspettative ed in generale percepisce tradita la promessa di un futuro dignitoso, incanala ed esprime il proprio malessere “puntando i piedi” e affermando la propria volontà tramite un distruttivo e apparentemente immotivato “no”. Questo è il primo filone.
Plastico esempio è stato di recente il fenomeno “No Vax” (così come domani questa scintilla potrebbe scaturire dallo stop ad un rigassificatore, di una “grande opera”, una riforma governativa, un evento naturale mal gestito). A seguire alcuni dati su variazioni dei salari, retribuzioni, accesso alle cure mediche ed astensionismo in Italia.
La variazione percentuale dei salari annuali medi tra il 1990 e il 2020, nei paesi Ue Ocse.
Inoltre, come fa notare “Il Sole 24 Ore”, se la retribuzione dei diplomati italiani (di ambo i sessi) è superiore alla media europea, per i laureati italiani la retribuzione è sotto la media europea (link fonte). Se osserviamo poi, la retribuzione media dei dipendenti nella pubblica amministrazione centrale, quella italiana si colloca molto in basso, tra quelle degli sloveni e dei portoghesi.
Come scrive “Il Sole 24 Ore” citando l’Istat a proposito dell’accesso alle cure mediche: “la quota delle persone che hanno dovuto fare a meno delle cure ammonta al 7,6% sull’intera popolazione nel 2023, in aumento rispetto al 7,0% dell’anno precedente. Con 372 mila persone in più si raggiunge – spiega il Rapporto Bes – un contingente di circa 4,5 mln di cittadini che hanno dovuto rinunciare a visite o accertamenti per problemi economici, di lista di attesa o difficoltà di accesso” (link fonte). Osserviamo, a partire dalla crisi del 2008, l’andamento dell’astensionismo in Italia.
Si aggiunga che, se sommiamo il voto per i partiti populisti e radicali e l’astensionismo, la quota di soggetti che si relaziona alla vita politica paese in modo non propriamente equilibrato e responsabile, tocca la quota di almeno 2 italiani su 3.
Ora, con queste premesse, chi scenderebbe in strada per difendere la democrazia o peggio ancora, si mobiliterebbe per testimoniare vicinanza ai popoli che ambiscono a questo stesso nostro sistema?
In più, l’aspirazione del popolo ucraino ferisce le orecchie di molti italiani che preferirebbero rimuoverne la voce, urtati proprio dalla veemente tenacia di chi col sangue difende un’idea di futuro migliore. Esattamente come il giovane Romeo che, andando incontro al rischio per amore di Giulietta, può urtare la quotidianità di un vecchio a cui questo gesto potente quanto incosciente ricorda quel che egli un tempo aveva e che oggi non è più in grado di provare.
Il secondo filone di questa tendenza è dato dalla intellighenzia nazionale, ovvero l’élite scientifica, universitaria, artistica, mediatica e più in generale l’industria culturale del paese. Potremmo chiamarla Generazione ’68, anti-capitalisti benestanti, ma preferirò chiamarla Parte della generazione antifascista (ovviamente tra virgolette) per metterne in risalto il cortocircuito del significante.
Formatasi dal punto di vista politico, civile ed accademico in un periodo che sta tra gli anni ’60 e ’80, questa generazione/cultura ha vissuto una fase storica in cui (senza entrare nel merito della sua bontà) il biasimo per le colpe dell’Occidente, le aspirazioni terzomondiste, sono state l’ancoraggio su cui si è consolidata la critica al consumismo, all’edonismo individualista ed alla società dello spettacolo. Un filone di identificazione e rappresentazione del mondo sviluppatosi sulla legittima critica all’Occidente (al colonialismo ed in generale alla visione eurocentrica dei precedenti 500 anni) quasi del tutto ignorando però, le aberrazioni di ciò che Occidente non è. Coltivando al contempo una visione spesso romantica di (quelle sì, davvero aberranti) forme di regime opposte ad esso. Lo cantava Giovanni Lindo Ferretti (Live in Punkow – CCCP), ma lui si sa, è un dannato genio.
È legittimo ad un certo punto del proprio percorso di maturazione, idealmente uccidere il padre. Ma se Edipo si farà prendere la mano dalla furia iconoclasta, finirà per inchinarsi a sovrani incomparabilmente peggiori.
Larga parte dell’intellighenzia culturale di questo paese, evidentemente convintasi che la democrazia liberale non sia nient’altro che il tramite attraverso il quale l’Occidente puntella e prolunga la propria lunga mano predatoria (capitalista) sulle sorti dell’umanità per distrarla e depredarla, è rimasta talmente accecata dalla propria giovanile bellezza, dal risultare cieca ai nuovi padri-padroni all’orizzonte. Sono dunque queste le lenti attraverso cui lo spirito combattivo del popolo ucraino in armi viene oggi erroneamente percepito, percezione talmente prigioniera di esperienze personali, generazionali e collettive che rende faticoso guardare in faccia alla realtà del brutale mondo che preme alle porte d’Europa da est.
Lungi da pronunciarci oggi su tale impostazione culturale registriamo come larga parte di settori di intellighenzia nazionale, abbia ritenuto naturale, in questi ultimi decenni (evidentemente privi di nuovi afflati sufficientemente innovativi e potenti), di rimanere fedele a mappe concettuali e convinzioni maturate in una precedente fase storica. Individuando tutto ciò che può essere assimilato (alla grande e certamente imperfetta) civiltà occidentale come corrotto, ingiusto e oppressivo. In due parole, da abbattere.
Così perdendosi nella contraddittorietà per cui, nel rivendicare libertà prettamente democratiche, s’ignora (quando non direttamente favorisce) l’avanzata dei nuovissimi totalitarismi, di cui la Russia (imperiale in chiave strategica e staliniana in termini di diritti umani) è oggi un brillante esempio.
Agli occhi di costoro, movimenti come la stessa Resistenza al nazifascismo sono nei fatti, esempi di un’epopea impareggiabile quanto immutabile: di fatto un bellissimo manufatto da contemplare gelosamente in un museo. Oggetto splendido eppur immobile, svuotato del suo originario significato.